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Mattieu Mantanus è l’autore del libro “Beethoven e la ragazza coi capelli blu“, un romanzo dedicato alla musica cosiddetta “classica”, perfetta proposta di lettura per ragazzi dai 10 ai 15 anni per queste vacanze estive alle porte. Dopo l’uscita di “Una giornata Eroica” che risponde ad alcune domande sulla figura del direttore d’orchestra e  guida per i giovani (e meno giovani) alla scoperta del capolavoro beethoveniano, il direttore d’orchestra svizzero pubblica con Mondadori la sua seconda opera letteraria dallo sfondo musicale: Beethoven e la ragazza coi capelli blu.

Utilizzando come sfondo narrativo la storia di un bassista, Anna, che entra a far parte di una famosa band capitanata dal celebre Mark Rochester, Mantanus racconta aspetti e curiosità sulla vita di alcuni compositori (Schubert, Schumann, Beethoven, Cajkowskij, Debussy, Stravinskij, etc) e di opere immortali (Sagra della primavera, Romeo e Giulietta, Pastorale, Scene infantili, etc).

L’idea del libro è interessante, per quanto la vicenda narrata appaia non sempre originale. Lo spunto per parlare di alcuni di questi grandi compositori del passato è dato dal fatto che la protagonista, dal colore di capelli molto rock, in realtà ha una doppia vita e suona il contrabbasso nella celeberrima London Philharmonic Orchestra. Così Anna, in una serie di conversazioni, svela al più rockettaro Mark alcuni retroscena della musica colta. Sono svariati gli aspetti interessanti raccontati nel libro che spingono il lettore incuriosito ad ascoltare le opere proposte.

Un esperimento da apprezzare, con la speranza di interessare i giovani alla musica, tutta.

E’ acquistabile in versione cartacea o ebook.

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Oggi ci sono diversi titoli che fanno parte dei requisiti per insegnare musica nella scuola primaria, nella secondaria di I e II grado. Partiamo dal presupposto che per insegnare in una scuola statale bisogna possedere un’abilitazione (TFA o PAS) conseguita con esame e spesso con un tirocinio (Tirocinio Formativo Attivo). Chi non fosse in possesso dell’abilitazione può lavorare nelle scuole statali solo chi, in possesso dei requisiti e dei titoli, è iscritto alle graduatorie di Istituto, a cui ci si può iscrivere fino al 23 Giugno 2014. Iscrivendoti nella III fascia di questa graduatoria, si ha buona probabilità di essere chiamati per supplenze annuali, ma non è possibile ottenere un contratto a tempo indeterminato.

I requisiti per insegnare educazione musicale negli istituti e scuole di istruzione secondaria di I e II grado e una laurea Umanistica che abbia nel proprio cursus honorum almeno 48 crediti nel settore scientifico disciplinare L–ART/07, che significa aver frequentato un corso di Musicologia in Università (di ottimo valore quello di Pavia e quello dell’Università Statale di Milano, dal cui Ateneo dipende la mia formazione), oppure i nuovi corsi attivati dai Conservatori, che preparano anche per l’insegnamento (impossibile) di strumento nelle scuole di ogni grado. Per insegnare musica nella scuola primaria, nello statale non bisogna essere in possesso di titoli particolari (è infatti una maestra che viene incaricata di insegnare musica). Le scuole private, invece, assumono personale specifico, docenti esterni che fungono da specialisti, oppure integrano il corpo docente con un maestro di musica dedicato.

Per tutti coloro che posseggono i requisiti per insegnare in qualche scuola, è importante bussare alle porte delle scuole private e paritarie, che in Italia sono molte e ben distribuite. Loro non hanno vincoli e possono assumere a tempo indeterminato personale docente non in possesso di abilitazione. Le scuole di questo tipo, pur avendo una retribuzione salariale più bassa rispetto al lavoro statale, offrono (nei casi fortunati) di poter integrare docente specializzato che non abbia un’abilitazione garantendo tuttavia (per essere paritaria) che una quota di docenti la possieda. Nel sito di ogni regione è specificato e pubblicato l’elenco delle strutture scolastica private sia laiche che religiose. Clicca qui per conoscere l’elenco delle scuole private e statali d’Italia.

I contratti che regolano queste scuole sono l’Agidae per le istituzioni religiose e Aninsei per quelle laiche. Il trattamento economico delle scuole di carattere religioso è superiore a quelle laiche, ma di poco inferiore all’attività didattica svolta con un contratto statale. Per la maturazione d’anno di servizio le paritarie sono equiparate alle scuole statali e permettono, come è successo in tempi recenti, di conseguire un’abilitazione Pas senza sostenere un tirocinio.

Per tenersi sempre informati sul mondo della scuola, visitate www.orizzontescuola.it

 

 

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Oggi vediamo come rilanciare la musica classica anche ad un pubblico meno avvezzo agli ascolti ragionati. L’idea è di un festival belga di musica classica, il B-Classic The Classical Comeback. Alcune ragazze sexy asiatiche con fare provocante ballano sulle note della sinfonia numero 9 del compositore ceco Antonin Dvorak per dare un’anima pop alla musica classica. Secondo voi è una bella idea?

A parte farvi ridere, il concetto è giusto. La musica è in continua evoluzione, perché un film non potrebbe far vedere uno spogliarello di una succinta ragazza con in sottofondo la “Pastorale” di Beethoven?

Buona Visione!

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Mentre i Conservatori sfornano centinaia di disoccupati, chi è in possesso di una Laurea Magistrale in Musicologia o un diploma in uno strumento non riesce ad insegnare. Certo, molte sono le scuole (private) che prorogano contratti a tempo determinato ad aspiranti docenti in possesso di titolo. Da poco si sono aperte le Graduatorie ad esaurimento, ma sono esclusi i docenti che non erano precedentemente iscritti a queste liste. Si tratta di una conferma (o rinuncia) da parte degli iscritti e di un aggiornamento dei dati.

Per tutti i docenti di musica, ma anche di altre materie, importante è l’iscrizione alle Graduatorie d’Istituto. Queste sono aperte anche a tutti coloro che sono in possesso del titolo per insegnare, ma non possiedono l’abilitazione all’insegnamento. Coloro che possiedono il titolo possono iscriversi in III Fascia; qui vi si inseriscono gli aspiranti forniti del titolo di studio valido per l’accesso all’insegnamento richiesto (chi è già inserito per il triennio 2011-14 deve produrre nuovamente domanda). Per entrare nella fasce superiori nella classe di insegnamento di educazione musicale 31A e 32A bisogna possedere l’abilitazione conseguita con Diploma di didattica della Musica + Diploma di Scuola secondaria di II grado + Diploma di Conservatorio (conseguito sia ai sensi della Legge 508/99 che dell’ordinamento precedente).

Iscriversi in III fascia significa comunque poter essere contattati dalle scuole per supplenze o sostituzioni maternità. A questi elenchi accedono tutti gli istituti d’istruzione del territorio italiano. Il Miur non ha ancora fornito date e modalità su questo tipo di iscrizione. Se volete rimanere aggiornati seguite Musipedia o OrizzonteScuola.it, sempre informato in materia di insegnamento e didattica.

In bocca al lupo ai futuri insegnanti di musica!

 

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Possibile che non sia neanche capace di suonare con gusto delle canzoncine di Natale? Di chi sto parlando? Ma di Giovanni Allevi, reincarnazione (secondo alcuni) dei grandi compositori del passato, quel che resta (secondo me) di un compositore banale e di un pianista associabile più ad un dattilografo che ad un interprete. Non ce l’ho con lui solo per il fatto che scrive musica di qualità mediocre (per essere paragonata ai grandi della musica del passato, ovviamente), ma anche per l’assoluta in-espressività interpretativa. E’ freddo, come il clima natalizio siberiano. Se il suo fenomeno fosse contenuto e quindi ritenuto uno dei tanti musicisti del panorama pianistico italiano il mio articolo sarebbe decisamente più morbido, ma il fatto di considerarlo un genio vivente lo rende insopportabile alle orecchie di qualsiasi musicista che abbia suonato, composto (o almeno cercato)  e interpretato musica d’arte.

Nella sua musica c’è il retaggio dei suoi studi al Conservatorio (temi chopiniani, Brahms come se piovesse e un po’ di jazz per far sembrare tutto più moderno) e quell’insopportabile convinzione che ogni nota occupa il suo posto perfetto, musica dettata dal genio. Fandonie, non perché la sua musica non sia ascoltabile (tutto sommato é anche piacevole), ma poiché in essa non c’è nulla di geniale, nulla di ricercato nelle sue melodie, nei ritmi e nelle armonie. Come mai non si è fatto lo stesso discorso sul genio parlando di Ludovico Einaudi? Eppure il compositore torinese fa musica (da decenni) ascrivibile al minimalismo, di cui fanno parte gloriosi compositori come Philipp Glass o Michael Nyman e la sua musica è riconoscibile, ha un suo stile, spesso si distingue. Ha scritto colonne sonore, svariati album, ma in lui nessuno vede il genio di Allevi.

Forse non tutti ricordano la sua performance al concerto del Senato del 2011. A nessun compositore nella storia della Repubblica Italiana è stata data l’occasione di suonare proprie composizioni durante il concerto di Natale davanti alle più alte cariche dello stato (ed è stato diretto da grandi matite come Pierre Boulez). Lui, invece, ha diretto senza esperienza i professori dell’orchestra della Rai e ha suonato un suo brano per pianoforte e orchestra che qualsiasi studente di conservatorio considererebbe musica di consumo, per uno spot, non per un concerto il cui programma esibisce musiche di Verdi, Rossini, Puccini…

Allevi, intervistato recentemente, ha dichiarato di non voler scrivere colonne sonore poiché non vuole che la sua musica sia un sottofondo, ma qualcosa che abbia vita propria. Ecco, spieghiamogli che anche suonare della canzoni di Natale potrebbe essere preso come sottofondo musicale, quindi smetti caro Giovanni Allevi. Ascoltate il suo album di Natale (ma non acquistatelo, ascoltatelo su Spotify magari) e noterete che le sue esecuzioni hanno la stessa espressività di un brano MIDI suonato da un vecchio e rumoroso pc. Buona Natale, con altra musica.

 

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Una delle professioni più misteriose è sicuramente quella del direttore d’orchestra. Come si diventa direttori? Beh, di regola bisogna aver completato un esame intermedio di strumento (cioè essere a metà del percorso per diplomarsi in Conservatorio), poi sostenere un altro esame intermedio di composizione (più o meno 5 anni di corso) ed essere in possesso del diploma in direzione d’orchestra della durata di due anni. Ma non sempre.

Spesso i direttori arrivano da una formazione varia, che porta loro a contatto con musicisti e strumenti di varia natura. Ma cosa fa un direttore d’orchestra mentre dirige? La sera del concerto, il ruolo del direttore è solo formale e assume su di se la responsabilità di essere una figura di riferimento per i musicisti, ad esempio per quanto riguarda gli attacchi e il tempo. Per molti di voi sembrerà un vigile, che sbraccia e assume espressioni e posizioni spesso buffe. Quello che vedete fare ad un direttore d’orchestra durante il concerto è solo la punta dell’iceberg di un lavoro che comincia dal primo giorno di prove.

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Vi siete mai accorti che i brani di musica classica, ad esempio la Quinta Sinfonia di Beethoven, hanno durate differenti? Se cercate su youtube vi accorgerete subito della notevole differenza che intercorre tra una versione di von Karajan o di Abbado. Ecco, compito del direttore è stabilire il tempo effettivo in cui va eseguita la partitura, in base alle sue intenzione espressive e interpretative. Durante le prove il direttore spiega ai musicisti la sua “versione” del brano, motivando abbondantemente le scelte data la platea costituita da musicisti professionisti. Provando il brano il direttore si deve accorgere incertezze e di problemi di intonazione degli strumenti, cercandoli di risolverli suggerendo, ad esempio, diteggiature diverse. Questo significa che un direttore d’orchestra preparato deve poter contare su una preparazione musicale molto vasta, che comprenda anche lo studio di strumenti diversi per poter conoscere problemi esecutivi e capire come raggiungere il suo obiettivo espressivo.

Si dice che il direttore d’orchestra, durante il concerto, sia il musicista che conosce meglio il brano da eseguire. Ed è vero. Si tratta poi di una carriera impegnativa, che obbliga a viaggiare molto e conoscere almeno due lingue in modo fluido: l’inglese e il tedesco. Quest’ultima e da molti anni la lingua ufficiale della musica colta, ed è mezzo di comunicazione privilegiato tra direttore e orchestra. Sotto al post troverete un video significativo del ruolo spesso autoritario che assume un direttore durante le prove con l’orchestra. Si tratta di una rara registrazione si Arturo Toscanini, leggendario direttore d’orchestra, che divora letteralmente l’orchestra filarmonica di New York colpevole di non essere in grado di eseguire alcuni passaggi.

Ps. Fate caso al mix di italiano e inglese che parla negli anni 40 Toscanini.

 

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A quale età iniziare a studiare uno strumento musicale? Non c’è un età specifica per imparare a suonare uno strumento. La musica, come le altre arti, può essere imparata a diversi livelli in tutte le fasce d’età. Ovviamente bisogna subito premettere che, se la musica vuole essere imparata e sviluppata tecnicamente a livelli professionali, l’approccio deve essere effettuato nella prima età scolare, tra i 5 e i 12 anni. Per imparare a suonare uno strumento con disinvoltura è necessaria una pratica che spesso risulta giornaliera, quindi fatta in una fascia di studio come quella scolare a partire dai primi anni.

Ogni strumento musicale tuttavia ha un’età d’approccio diversa, legata alla struttura dello strumento e alla sua suonabilità da parte dei piccoli esecutori. E’ infatti impensabile che un bambino di 6 anni imbracci un contrabbasso (alto probabilmente 4 volte lui) e cominci a studiarlo! Stesso discorso per l’arpa, il trombone, la tuba. Spesso un bambino di corporatura minuta a quell’età potrebbe far fatica a suonare anche il clarinetto, l’oboe o il fagotto. Per alcuni strumenti, come il violino e il violoncello, esistono versioni più piccole con una diteggiatura più ravvicinata e quindi più adatta ad un bambino.

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Lo strumento migliore con cui cominciare a studiare è sicuramente il pianoforte, che può essere avvicinato anche da un bambino di 4 anni. Mentre gli altri strumenti hanno bisogno di precisione e studio anche solo per intonare un suono singolo (vedi gli strumenti a fiato e a corda), il pianoforte “suona” semplicemente con la percussione del tasto, che per questo motivo può essere facile anche per un bambino nel momento dell’approccio alla musica. Risulta infatti chiaro il concetto che è più appagante giocare con i tasti di un pianoforte rispetto a provare a suonare una viola, che risulterebbe uno strumento inutilizzabile da parte di un bambino di 5 o 6 anni per la sua complessità nella produzione dei suoni (con arco e dito). Inoltre il pianoforte è uno strumento polifonico e risulta meno noioso all’inizio dello studio rispetto agli strumenti monofonici.

Cominciando con il pianoforte sarà possibile imparare facilmente tutte le basi principali della musica, come le scale e gli accordi. Dopo qualche anno di pratica, il bambino (diventato ormai ragazzo) può scegliere di studiare uno strumento diverso, ma con delle basi musicali e con un allenamento pregresso nello studio della musica. L’età migliore per iniziare a studiare la chitarra, ad esempio, è tra i 7 e i 10 anni, per il clarinetto, il fagotto e l’oboe (per i quali c’è bisogno di un emissione di fiato per la produzione del suono) bisogna aspettare almeno di compiere 10 anni. Per strumenti molto complessi (ci vogliono 10 anni per diplomarsi) bisognerebbe cominciare molto presto. Il violino è uno di questi e su questo strumento si è spesa molta pedagogia musicale; esiste anche un metodo chiamato Suzuki che permette l’apprendimento di uno strumento (e nel caso specifico il violino) per imitazione, quindi anche a 3 o 4 anni.

Certo valutare un età specifica per iniziare a studiare uno strumento è spesso soggettivo, ma rende chiara l’idea che non tutti gli strumenti (essendo l’atto del suonare un atto fisico) possono essere suonati da piccoli. Esistono dei veri e propri divieti nei Conservatori ed è spesso impossibile cominciare a studiare uno strumento in una fascia d’età sconsigliata.

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In Italia, rispetto agli altri paesi dell’Unione, la musica non è inserita in modo continuativo in tutto il percorso di studi. E’ contemplata solo nella scuola secondaria di primo grado (scuola media) e a livelli molto nozionistici, senza un approccio particolare a strumenti musicali tradizionali (pianoforte, violino, chitarra, etc…) e spesso legato ad un mero esercizio melodico su uno strumento di dubbio gusto, il flauto dritto. Studiare uno strumento a scuola è spesso un’utopia.

Conclamato chiaramente il contributo che la musica ha sullo sviluppo delle capacità intellettuali del bambino sin dalla tenera età. Il mondo scientifico è unanime nel considerare la musica un eccellente esercizio mentale che, se iniziato da bambini, porta ad un potenziamento delle capacità intellettuali e un sensibile miglioramento dell’atteggiamento verso lo studio e l’applicazione. Già dagli anni ’80 molte università si sono occupate delle connessioni tra lo studio della musica in giovane età e i risultati scolastici degli alunni delle scuole primarie e secondarie. Per la gran parte di queste ricerche il risultato dimostrava che i bambini che si avvicinavano allo studio della musica in giovane età avevano carriere scolastiche più performanti e tendenti al conseguimento di alti titoli. I soggetti che nel loro percorso scolastico non ebbero la possibilità dello studio della musica spesso non terminavano gli studi e preferivano un lavoro manuale ad uno più intellettuale. Nelle civiltà antiche, se ancora ce ne fosse bisogno per confermare i risultati scientifici di oggi, la musica era parte integrante della formazione dei giovani e, nell’antica Grecia, era considerata alla pari della retorica, della grammatica e della ginnastica ( le quattro abilità che un uomo doveva possedere).

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La musica dodecafonica è spesso sinonimo di cacofonia o rumore e non sempre ci si sbaglia di molto. La dodecafonia è una tecnica compositiva inventata da Arnold Schoenberg esposta in un articolo del 1932 intitolato Komposition mit 12 Tönen (“Composizione con 12 note“). Di cosa si tratta? Semplicemente di evitare le regole dell’armonica classica (determinate progressioni di intervalli e di accordi) ma componendo scegliendo 12 note su chi poi costruire tutto il brano. Nell’immagine che segue potete vedere le 12 note con cui sono stati scritti i quattro movimenti di un Trio:

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Tutti gli strumenti di un brano dodecafonico suonano una di quelle 12 note, uscendo fuori dai parametri degli accordi tradizionali per creare successione inusuali di intervalli. Questo modo di scrivere musica (che risulta molto strano e dissonante per un ascoltatore poco allenato) è stato il primo fenomeno musicale con le chiare intenzioni di rompere con il passato. Schoenberg, che l’armonia la conosceva bene e ne scrisse un manuale di fondamentale importanza, diede il via in realtà ad un movimento di cui lui rappresentava la punta dell’iceberg: l’atonalita (o come si diceva al tempo “emancipazione dalla tonalità“). Scrivere brani senza tonalità (o con una pantonalità come la chiamava Shoenberg) significa imbattersi in accordi molto complessi e densi di note, con una melodia dissonante e una strumentazione e organizzazione armonica della musica dodecafonica potete ascoltare (per quanto riuscite) le Variazioni op.27 proprio di Anton Webern.

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Questo post è indirizzato a coloro che sono interessati  ad ottenere l’abilitazione per insegnare musica nelle scuole primarie e secondarie di primo grado (elementare e medie per intenderci). In Italia, per poter insegnare in una scuola pubblica o essere assunti con un contratto a tempo indeterminato presso una scuola paritaria o un istituto professionale è necessaria l’abilitazione all’insegnamento. Molti anni fa, l’abilitazione si otteneva con un concorso pubblico indetto dall’ex Provveditorato agli Studi e si potevano iscrivere gli aspiranti insegnanti in possesso di titolo, che all’epoca poteva anche non essere stato conseguito integralmente. Si entrava in graduatoria e, col tempo, si passava di ruolo con successivo contratto a tempo indeterminato.

Oggi le cose sono ben diverse. Bisogna avere titoli completi (laurea magistrale o vecchio ordinamento), esperienza e molta molta pazienza. La normativa in materia di abilitazione all’insegnamento è molto confusa e in continua ridefinizione. Il problema è che, in Italia, gli insegnanti precari sono già in esubero e il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca temporeggia per cercare di non abilitare ulteriori docenti e “smaltire” coloro che sono in graduatoria nelle scuole pubblice e precari da molti anni. Giusto. Peccato che per chi volesse diventare insegnate di musica la strada diventerebbe impraticabile e, in fin dei conti, è già totalmente inaccessibile. Diciamo innanzi tutto che attualmente per abilitarsi bisogna effettuare un anno di TFA (Tirocinio Formativo Attivo) presso un Università o un Conservatorio che attivano percorsi di questo tipo. Li trovate qui.

Dal 19 Luglio 2013 è in vigore (Gazzetta Ufficiale serie generale n.155 del 4 luglio) una nuova legge che ridefinisce il percorso abilitante anche in materia musicale (per l’ennesima volta). L’accesso ad un corso abilitante (senza prova di accesso) sarà riservata ai precari che potranno vantare 3 anni di servizio, ma fino al 2011/2012, di cui almeno uno nella disciplina oggetto del corso, anche se abilitati in altre discipline. Sono esclusi quelli che hanno cominciato l’anno scorso l’insegnamento, come il sottoscritto. Il decreto prevede che fino all’anno accademico 2014-2015 gli atenei e le istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica (in pratica i Conservatori e le Accademie di Danza) dovranno istituire ed attivare percorsi abilitanti speciali finalizzati al conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento della musica nella scuola secondaria di primo e secondo grado e analoghi percorsi dovranno essere organizzati per la scuola dell’infanzia e primaria (musica risulta una materia complementare di tali corsi). Quest’ultima disposizione si ripete continuamente in tutti di decreti correttivi di questa disciplina, ma molti Conservatori non attivano i corsi (come il Conservatorio di Milano) quindi è impossibili frequentarli e arrivare alla tanto agognata abilitazione.

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I Conservatori dovrebbero istituire un corso di due anni in Didattica della Musica che darebbe accesso al TFA di un anno (quindi per insegnare musica dopo la laurea bisogna frequentare corsi per altri 3 anni), ma non molti l’anno fatto e il Ministero sembra inerte davanti alla questione. Ai TFA istituiti nel 2013/2014 potranno partecipare i docenti non di ruolo che abbiano maturato, a decorrere dal 1999/2000 fino al 2011/2012 incluso, almeno tre anni di servizio in scuole statali, paritarie o nei centri di formazione professionale. Rimango fuori anche da questa categoria. Per quanto riguarda l’insegnamento di Educazione Musicale, i Conservatori non hanno ancora attivato dei TFA ordinari (cioè quelli classici dopo il biennio in Didattica della Musica) poiché sono sprovvisti di scuole dove far svolgere il tirocinio. Il TFA è infatti un tirocinio in classe con un insegnante della stessa materia che funge da tutor. Se ancora non bastasse e, per puro caso, avete trovato lavoro come insegnante di musica, scoprirete che le scuole paritarie (le uniche, per quelle statali l’abilitazione è d’obbligo per l’incarico) storceranno il naso e sarà difficile che otteniate un contratto a tempo indeterminato.

A causa del malgoverno tipico italiano, oltretutto, sono sorte come funghi società specializzate a fornire un’abilitazione all’insegnamento tramite delle università spagnole. Nella penisola iberica, infatti, l’iter per il conseguimento dell’abilitazione sono immediati e queste società si occupano di fare da tramite e fornire la documentazione necessaia e il riconoscimento del titolo presso il Ministero competente italiano ad un costo che va dai 4000 ai 10.000 euro. Che bello vivere in Italia.

Se avete domande potete andare qui.

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Oggi vediamo come distribuire la musica in line. La grande cresi discografica si riassume in due concetti; le grandi Major (Universal, Sony, Emi, Sugar, etc) hanno sempre meno liquidità e il cd diventa ogni momento più obsoleto (lo è già). Nel mercato musicale mondiale solo i grandi personaggi fanno davvero guadagnare le etichette discografiche, mentre tutti i piccoli artisti prodotti sono spesso dei fallimenti e quel che resta è una montagna di cd stampati, con copertina e controcopertina da smaltire.

Partendo dal fatto che il futuro della musica è in continua evoluzione e la direzione non è certo quella dei cd stampati, oggi è praticamente impossibile farsi produrre da grosse etichette internazionali. Spesso si passa attraverso delle Indies (piccole etichette discografiche) nei cui contratti l’artista deve acquistare le copie dei cd (sempre più spesso) invendute. Risultato: è sempre più difficile farsi notare direttamente dai grandi circuiti (se non impossibile) e le radio tradizionali ormai hanno gli uffici programmazione zeppi di cd emergenti (o meno) sigillati e mai ascoltati. Ma si sa che quando si chiude una porta, potrebbe aprirsi un portone.

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La Rete oggi permette di distribuire online e promuovere il proprio brano (singolo o album) facilmente e ad un prezzo davvero accessibile. Per prima cosa esistono vari servizi on line che offrono la distribuzione della propria musica su tutti gli stores digitali (iTunes, Amazon, Spotify, OviStore, etc), sia italiani che stranieri. Il primo che vi presento è Zimbalam che permette di distribuire un singolo o un album a due prezzi davvero abbordabili (24,99€ e  34,99€). Il portale è totalmente in italiano e, caricando i propri brani in formato WAV e un’immagine di copertina, pubblica in poche settimane la vostra musica su ITunes, Amazon Mp3, EMusic, Rapsody, Spotify, PlayMe, OviStore e molti altri. Offre inoltre rendiconti vendite dettagliati traccia per traccia e album per album, accesso 24/7 ai vostri rendiconti (per la verità davvero lenti nell’aggiornarsi) attraverso una interfaccia personale per monitorare ed analizzare le vendite. Confrontando la cifra esigua, credo che il servizio sia buono anche se con alcune pecche come l’app di Zimbalam, che per iPhone risulta praticamente inutilizzabile.

Fuori dall’Italia la self distribution è già consuetudine. Tra le più grandi realtà del settore c’è Tunecore, simile a Zimbalam, ma con uno store molto più grande, che comprende anche Google Play, Deezer, Shazam e Myspace. Simile agli altri due c’è anche Believe Digital, dategli un’occhiata. E’ in italiano ed è segnalato come il leader nel settore della distribuzione on line.

I fantastici progressi tecnologici, oggi, ci offrono molto, anche di produrre e distribuire online in modo autonomo (un tempo impensabile), ma tutto questo ha il suo lato oscuro. E’ infatti vero che con pochi euro è possibile vedersi pubblicare il proprio album in tutti gli stores mondiali in (relativamente) poco tempo ma, questo, apre ad una concorrenza spietata che condanna spesso i vostri brani all’anonimato, poiché sconosciuti e mai ricercati nei vari motori di ricerca degli stores mondiali. Per questo il passo successivo deve essere quello della self promotion. Si tratta di promuovere il proprio lavoro sui social network (Facebook, Twitter, MySpace etc), ma soprattutto segnalare la propria musica ai motori di ricerca che si occupano di musica e di indicizzazione di album.

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Uno di questi aggregatori è LastFm, al quale dovete iscrivervi per inserire una pagina dedicata al vostro album. Pubblicandolo qui, è possibile essere ricercati da vari spiders (le spie dei motori di ricerca) e linkati su blog musicali e siti specializzati. Oltrettutto l’essere indicizzanti permette di essere trovati anche su apps musicali come Discovr per iPhone e Android, app che permette di ricercare in base ai propri gusti musicali nuova musica, potenzialmente anche la vostra. Lasciate ascoltare i vostri brani anche gratuitamente in modo tale da potervi far conoscere e provate a contattate web radio o blog che si occupano di musica emergente, vedrete che saranno felici di scrivere un post sulla vostra musica. Non dimenticate infine di creare una pagina per i vostri fans con la possibilità di seguirvi sia su Facebook che su Twitter.

Considerate poi il fatto che è in crescita il fenomeno delle netlabels, etichette che lavorano esclusivamente sul web, ma ne parleremo in un altro post.